“Se c’è una nebbia gelata, fuori fa meno quaranta; se l’aria esce con rumore del naso, ma non si fa ancora fatica a respirare, vuol dire che siamo a meno quarantacinque; se la respirazione è rumorosa e si avverte affanno, allora meno cinquanta. Sotto i meno cinquantacinque, lo sputo gela in volo”. Da “I Racconti di Kolyma”(Varlam Šalamov – 1989)
Questa mia fotografia è sempre stata un’immagine tra le mie preferite; di grande intimità, molto personale, ma di difficile collocazione ( è sostanzialmente un “nulla” come ha ben definito un mio caro amico fotografico). Un’immagine che per portarla al di fuori del mio personale percepito aveva bisogno di un qualcosa, una qualche storia che le desse motivo, occasione di essere foto. Un’immagine che ho quindi tenuto sempre per me. Poi, tempo dopo questo scatto, ho incontrato il libro di Šalamov e mentre lo leggevo, guardavo non più solo questa foto, ma dentro e oltre essa. E pian piano capivo che poteva descrivere un po’ la tremenda realtà descritta nel libro, seppure nella sua milionesima parte, quel nulla indistinto che aveva però un’impercettibile orizzonte al quale aggrapparsi nel gelo, nell’indifferenza, nelle umiliazioni, nel terrore di quella sua devastante, terribile esperienza (…e di milioni di altri).
I racconti della Kolyma è il libro di una storia lacerante, impressionante, vissuta dall’autore negli anni del regine staliniano, nella regioni più disperse, piu profonde, piu drammaticamente fredde della Russia siberiana e che appartiene al medesimo filone di Se questo è un uomo di Primo Levi e Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solzenicyn. Una testimonianza dall’inferno della terra. E’ un libro “della Memoria” – anche se la memoria dovrebbe essere dentro ognuno di noi, senza dover diventare “istituzione” per ricordarci di ricordare (cit.) . E sebbene il mondo della Kolyma, dei gulag, dei cosiddetti crematori bianchi, non c’entri nulla con le vittime della Shoah – per le quali è nato il Giorno della Memoria – rimane comunque un’incancellabile testimonianza delle più abberranti atrocità dell’essere umano e, allo stesso tempo, della capacità e del coraggio che lo stesso essere umano riesce ad esprimere per poterne venire fuori, in condizioni indicibili. I racconti della Kolyma va quindi letto non tanto per un aspetto meramente storico della questione – anzi, quasi per nulla – bensì per investigare l’aspetto umano, la forza che esiste in ognuno di noi, la possibilità di essere vivi fino alla fine, qualunque cosa ti arrivi addosso. O, almeno, la possibilità di provarci aggrappandosi a qualunque cosa possa essere utile a dire “io sono qui e sto vivendo”. E’ un libro sull’orgoglio, sulla forza e sull’onore; sulla vita e non sulla morte.
Questo vuole dunque essere questa mia foto, unita a quel brano: la mia foto per la Memoria. Un tributo a tutti gli altri uomini straordinari che, vittime di violenze e soprusi altrettanto straordinari, in qualunque tipo di forma e modalità siano stati esercitati, in qualunque parte del mondo, sono riusciti comunque, in qualche modo, a raccontarne la sofferenza e la vergogna. Per tutti coloro che verranno. |
(Dati tecnici: foto scattata con Holga 135bc – kodak 400tx, a -10c°)
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